Sito di Giuseppina Soricelli

venerdì 17 febbraio 2012

Cosa significa pensare?


L'uomo pensa
 In una ricerca metodologica riguardo al pensare è fondamentale seguire un percorso corretto, consequenziale e che in primo luogo non inizi con una falsa partenza. La prima domanda da porsi è “cosa significa pensare?” la definizione basilare afferma che il pensiero è il nucleo centrale del trattamento delle informazioni che precede tutte le attività dell’organismo. Psicologi di diverse scuole di pensiero hanno ampliato questa definizione analizzando il pensiero con attitudini diverse, che hanno portato a un continuo sviluppo delle conoscenze riguardo l’argomento alcune teorie si pongono sullo stesso piano di altre, altre avendo alla propria base nozioni empiriche hanno superato determ9ionate concezioni in un processo dinamico ancora in atto. Il pensiero elabora i dati in entrata (input) in una serie complessa di procedimenti, che portano a una risposta in uscita (output).
Il pensiero si basa principalmente su schemi che sono un complesso organizzato di conoscenze su un determinato oggetto, che permettono al pensiero di stabilire che informazioni assumere e pianificare la raccolta di queste. La psicologia dei processi cognitivi ha avuto uno sviluppo assai rapido negli ultimi quaranta anni , questo perché nella prima metà del secolo gli psicologi hanno avuto la preoccupazione di essere obbiettivi, di badare a dati empirici osservabili e riscontrabili con certezza. In buona parte di queste tendenze furono dominate dalle teorie comportamentiste che appunto aspiravano a attenersi allo studio dei dati manifesti e visibili, degli input e degli output, tralasciando il pensiero stesso, puro, pensiero in quanto pensiero. La mente per loro era come una scatola vuota, priva di qualsiasi meccanismo al suo interno nella quale entravano stimoli e uscivano risposte. Nella seconda metà del secolo le teorie comportamentiste vennero superate dal cognitivismo che capì che ci si poteva tranquillamente occupare del pensiero senza smettere di essere rigorosamente scientifici. In quanto vennero sviluppati vari metodi indiretti per studiare il pensiero in ogni caso empirici. Per condurre gli esperimenti si chiese a soggetti sperimentali di risolvere determinati compiti cognitivi o risolvere determinati problemi pratici (problem solving) al fine di comprendere più a fondo il pensiero che vi sta alla base. Si arrivò così a studiare i biases, le euristiche cognitive, la flessibilità, la fantasia e la meccanicità e tutte le diverse particolarità tipiche del pensiero. Si differenziarono così tre principali forme di pensiero: il ragionamento, con il quale il pensiero è in relazione con l’oggetto e inferisce dati da esso, la fantasticheria, con il quale il pensiero prescinde dal oggetto e la formazione di concetti. Si costatò inoltre che il pensiero poteva essere anche convergente e divergente, produttivo o riproduttivo e aperto o chiuso. A cominciare dagli anni settanta gli psicologi cognitivi si occuparono del pensiero che da luogo alle decisioni, interessandosi così ai fattori psicologici che sposano il pensiero verso una determinata decisione, ma nonostante gli studi in laboratorio i cognitivisti non arrivarono mai a dati certi.
Le ricerche cognitivisti fondate sulla stimolazione del pensiero tramite diversi test, esperimenti e tecniche psicometriche andavano però a studiare solo il pensiero volontario,consapevole escludendo dalla propria ricerca il pensiero automatico, involontario e incosciente di cui tipico esempio è l’insight. L’insight venne studiato per la prima volta intorno agli anni venti grazie a un grande contributo da parte della gestalt e in particolare di Koholer e dei suoi studi a Tenerife. Il suo lavorò fu pionieristico in particolare sui metodi di osservazione con cui inferiva le procedure del pensiero. Le conclusioni delle sue ricerche sottolinearono che per risolvere un problema occorre visione d’insieme, fantasia, invettiva e flessibilità. Il pensiero quindi precede tutte le attività dell’organismo, ha ricadute sui comportamenti e sugli atteggiamenti e perciò è facilmente collegabile all’ apprendimento. Diverse teorie si svilupparono anche a riguardo di ciò,  nel 1930 Bandura trattò l’apprendimento sociale, per imitazione, si riaffermarono teorie comportamentiste, cognitivisti e per tradizione. Periodo in cui tutti i tipi di apprendimento di pensieri che vi stanno alla base sono molto attivi è l’infanzia. Piaget si dedicò a studiare il pensiero del bambino, producendo una gran mole di lavori empirici e pubblicazioni sull’argomento, per decenni si identificò la psicologia dell’età evolutiva con il suo lavoro. Nelle sue indagini piaget si servì del metodo clinico, un misto sapiente di test, osservazione e intervista per descrivere l’evoluzione tappa per tappa del pensiero dalla nascita all’adolescenza. Le sue teorie risentirono anche dell’influenza delle concezioni innatiste che studiando il pensiero ricercavano centri cognitivi del pensiero effettivamente e biologicamente presenti all’interno del cervello. In ogni modo per lo psicologo nello sviluppo del pensiero è decisiva l’autogenerazione, il fatto che il pensiero si costruisca da se nel rapporto individuo-ambiente. La mente nasce, emerge dal biologico, ed evolve a livello da i più semplici a i più elevati. Alla nascita il pensiero è già munito degli schemi che durante lo sviluppo cambiano, accomodano mantengono il sistema del pensiero stabile nei confronti dell’infinità di informazioni provenienti dall’esterno. Quindi seppur portiamo avanti una ricerca riguardo al pensiero è impossibile svincolarsi dall’ambente esterno nel quale l’individuo è inserito. Sostenitore della forte reciprocità ra pensiero e ambiente fu Vygotskij, in quanto lui considerava il pensiero strettamente legato con la vita concreta, la cultura e il tempo. Lo sviluppo cognitivo è una conseguenza del vivere in società. L’esperienza di relazione e la comunicazione  produce nel bambino la nascita della coscienza e del pensiero. Ciò si spiega perché nei rapporti sociali gli esseri umani utilizzano il linguaggio. Il bambino è immerso nelle dinamiche sociali e in un primo tempo impara a usare gli strumenti della relazione interpersonale, acquistando le funzioni interpsichiche. Successivamente gli strumenti relazioni vengono trasferiti all’interno e trasformati in meccanismi mentali. Da interpsichiche diventano funzioni intrapsichiche. Il linguaggio utilizzato per comunicare con gli altri nei rapporti inter e intra gruppo diviene voce interna e poi forma di pensiero. Alla luce delle conoscenze attuali è chiaro che Vygotskij sottovaluta il peso dell’evoluzione, ciò nonostante queste teorie hanno il merito di rischiare alla storicità del pensiero al fatto che questo si sviluppa e si esprime in contesti storico sociali definiti e non si può analizzare nel vuoto.

venerdì 13 gennaio 2012

ESSERE UN INSEGNANTE METACOGNITIVO

Essere tutto ciò, non equivale ad una definitiva "elezione" ad insegnante metacognitivo, perché ognuno di questi indicatori implica un divenire, un continuo "tendere verso…", ci ricorda la provvisorietà, l'incertezza, la fatica, ma anche la magia del nostro lavoro.

Essere (o diventare) un insegnante metacognitivo è una caratteristica (evoluzione) di ogni professionista che operi nel campo impegnativo, e al contempo gratificante, della formazione della personalità delle nuove generazioni.
Adottare strategie di Didattica Metacognitiva non significa soltanto sperimentare nuove tecniche didattiche, significa piuttosto mettere in questione, ogni giorno, la propria professionalità, allo scopo di migliorarla e renderla sempre più adeguata alle sempre più difficili domande che i nostri allievi ci pongono.
Quali sono le caratteristiche di un insegnante che voglia dichiararsi "metacognitivo"?
Conoscere la propria materia, per poterla mediare agli allievi.     Conoscere le altre materie, per poter ricercare i collegamenti necessari all'unitarietà del sapere.  Conoscere le teorie dell'apprendimento per poterle mettere in pratica.  Conoscere metodi di sperimentazione per attualizzare, nella pratica, le teorie. Conoscere elementi di docimologia: saper valutare vuol dire saper progettare.  Conoscere la didattica dell'errore, per saper valorizzare le differenze e saper risolvere problemi. Conoscere modalità di esplorazione e comprensione del contesto, per agire significativamente su di esso. Conoscere se stesso, per potenziare le proprie abilità: relazionali, cognitive, didattiche, …L'insegnante metacognitivo è un insegnante:  Riflessivo - Osservatore - Empatico -Autorevole - Organizzato-Che sa mettersi in relazione-Che sa mettersi in  dicussione-Che sa porsi come modello positivo-Che sa ispirare l'attività degli allievi.  Saper motivare all'apprendimento- Saper valorizzare le abilità, rinforzare l'autostima. - Saper progettare percorsi significativi di apprendimento.-Saper mediare contenuti e strategie-Saper facilitare l'apprendimento- Saper essere un modello di autonomia-Sapersi accorgere dei problemi-Sapersi sorprendere della scoperta. Ma soprattutto avere, come i nostri allievi, la curiosità di scoprire sempre nuovi saperi, diventare padroni della propria cultura e voler comprendere l'altrui, conoscersi e amare la conoscenza.

Il coaching


Il coaching è il processo attraverso il quale si aiutano individui e gruppi di persone a realizzare obiettivi che da soli non potrebbero raggiungere e a dare il meglio per produrre risultati in modo veloce ed efficace.
Il coach sostiene le loro scelte e offre gli strumenti per ricercare in sé stessi le risorse necessarie ad attuare precisi e mirati piani d’azione per il raggiungimento del successo.
Questo processo comporta l’espressione piena della forza delle persone, che vengono aiutate ad aggirare i propri limiti e le proprie barriere perché possano dare il meglio di sé, e vengono indotte a realizzare prestazioni più efficaci
.
Il termine coach deriva dall’inglese “coche” che corrisponde al moderno “wagon” (carro) o “carriage” (carrozza), quindi allude all’idea di trasporto. Furono poi degli studenti universitari ad attribuire l’appellativo di Coach ai loro tutor migliori, proprio a sottolinearne il ruolo di supporto. Nel linguaggio sportivo la parola Coach indica infattil’allenatore con il duplice ruolo di “tecnico” esperto dello sport in questione ma anche motivatore, capace di infondere ai suoi atleti l’energia, l’entusiasmo e la carica necessari ad affrontare la sfida della gara.
Il coach è dunque un veicolo di cambiamento, di crescita: trasporta una o più persone da uno stato di partenza alla meta desiderata, (la vittoria nel caso sportivo, il raggiungimento di determinati obiettivi, come trovare lavoro, gestire efficacemente gli stati d’animo, relazionarsi con successo o acquisire nuove quote di mercato nel caso del coaching personale o aziendale) grazie alla definizione degli obiettivi e di un piano d’azione.
Un coach efficace quindi osserva il comportamento di una persona ed è in grado di fornirle guida e consigli per ottenere dei miglioramenti in situazioni e contesti specifici ed inoltre promuove lo sviluppo delle competenze comportamentali della persona attraverso un’accurata attività di osservazione e feedback.

LE EMOZIONI

A volte mi capita di sentire il parere di alcune persone che rifiutano la possibilità di imparare a gestire le proprie emozioni per “paura di diventare un robot privo di emozioni”! Questo è paradossale e molto lontano dal vero significato di gestione delle emozioni.
Dunque, vediamo di fare un po’ di chiarezza. Fin dalla nascita, veniamo letteralmente “addestrati” (o educati se preferisci) alla ripetitività di alcune emozioni specifiche, che, nel tempo, diventano le nostre abitudini emozionali. Ci abituiamo alla calma e alla felicità, così come ci abituiamo alla rabbia o all’ansia.
Se da piccoli abbiamo vissuto con persone che ci hanno molto criticato, potremmo aver imparato a condannare o giudicare in maniera eccessiva; se abbiamo vissuto in un clima di paura, probabilmente abbiamo imparato ad essere apprensivi e ansiosi; e ancora chi ha vissuto in un ambiente molto rigido, ha potuto imparare a provare senso di colpa in seguito ad ogni errore.
I bambini imparano quello che vivono, come sostiene una meravigliosa poesia di D. Law Nolte..
Quello che spesso crediamo erroneamente è che le emozioni siano elementi che nascono insieme a noi. Ma non è affatto così. Nessun bambino nasce ansioso, teso o arrabbiato. Lo diventiamo, in seguito alle influenze delle persone che ci educano, all’interpretazione che diamo agli eventi, e sulla base delle nostre percezioni individuali.
Non esistono emozioni positive o negative in assoluto. Ogni emozione può essere produttiva e utile o dannosa, dipende dall’uso che ne facciamo. Facciamo un esempio: provare un po’ di paura prima di una performance è stimolante, aiuta a dare il massimo … ma se la paura diventa tanta, allora è come se fosse un terribile padrone che ci rende schiavi, può bloccarci, limitarci, impedirci di raggiungere i nostri obiettivi.. stessa cosa vale per ansia, tensione, rabbia, rigidità…
Le emozioni sono una grandissima risorsa, una fonte di energia infinita che purtroppo in molti trascurano. Crediamo di aver bisogno solo di cibo e acqua per nutrire il nostro corpo e per vivere bene, ma, oltre al nutrimento per il corpo, abbiamo bisogno di nutrire la mente che, si dice - o cresce, o muore - .
Le emozioni sono il carburante di ogni comportamento. Tutto dipende da come ci sentiamo e dalle emozioni che proviamo. Ti è mai capitato di sentirti in piena forma, forte, capace, sicuro e di riuscire perfettamente in ciò che desideravi? Ma certamente ti è anche capitata la situazione contraria, ti sei sentito stanco, stressato, giù di tono o sfiduciato e non sei riuscito nell’intento che desideravi. Come mai? Non sei sempre la stessa persona? Certo che si, ma provi emozioni diverse a volte potenzianti, altre depotenzianti.
Cos’è che provoca una emozione? Moltissimi fattori innescano le nostre emozioni come le immagini inconsce depositate nella nostra mente, le associazioni mentali di pensieri, il dialogo interiore, le convinzioni profonde.. tutti elementi che noi possiamo conoscere, e migliorare, cambiando ciò che ci danneggia e ci limita.
Si può imparare a ridurre l’intensità di una emozione sgradevole e  disfunzionale e ad amplificare invece le emozioni positive e funzionali. E’ solo questione di informazioni, conoscenza e naturalmente ci vuole il giusto allenamento. Nei prossimi articoli vi racconterò dei metodi semplici ed efficaci per imparare a fare questo, intanto ti suggerisco se sei interessato, di prenotare una sessione di prova di PNL Emozional Wellness un interessante percorso di allenamento settimanale che lavora sul benessere emozionale.
Adesso facciamo un gioco, prova a pensare ad un momento della tua vita in cui ti sei sentito davvero forte, sicuro, entusiasta e … felice… te lo ricordi? Pensaci intensamente. Mentre riporti alla mente quella esperienza puoi notare di poter riprovare ora quelle sensazione come se esistessero in questo momento. Come mai? Che succede? Succede che la mente funziona per immagini, immagini che immagazziniamo, a cui diamo un significato e associamo una sensazione. Più pensiamo ad un qualcosa più continuiamo a produrre nuove immagini nel nostro cervello. Questo significa che più pensiamo ad un qualcosa e più rafforziamo quel qualcosa a livello mentale.
Alcune teorie sostengono che la rabbia va sfogata per fare in modo di poterla eliminare. Nulla di più falso. Più ci arrabbiamo e più creiamo nel nostro cervello delle neuro-associazioni della rabbia, e quindi rafforziamo sempre di più l’abitudine ad arrabbiarci. La rabbia è negativa quanto ti porta a soffrire, a non essere soddisfatto della tua vita e a fare del male a te e agli altri. Nel percorso formativo PNL Emozional Wellness lavoriamo in maniera profonda sull’eliminazione della rabbia e dell’ansia, le due emozioni più dannose, con esercizi semplici e facili che, una volta imparati, si possono fare ogni giorno in casa.
Imparare ad educare le tue emozioni è un bellissimo viaggio di conoscenza di te stesso e di miglioramento personale. Ti aiuta a diventare più libero e più consapevole, a goderti la vita in modo nuovo e più autentico e a migliorare le tue relazioni sentimentali, lavorative, con i figli.
Nei prossimi articoli parleremo di come iniziare ad osservare le tue emozioni e delle tecniche più innovative ed efficaci di PNL per imparare a gestirle e quindi aumentare la qualità della propria vita.
Intanto visto che il Natale si avvicina, potresti pensare di fare un regalo originale e unico a qualcuno che ami, un regalo accessibile che dura per tutta la vita. Potresti regalare un percorso di sviluppo personale per regalare l’opportunità di sviluppare maggiore forza, serenità, calma e felicità. E’ di certo un regalo unico, originale e profondamente utile al benessere.
La consapevolezza e la gestione delle dinamiche mentali ed emozionali sono spesso la vera chiave di accesso alla felicità. E tutti possiamo accedervi facilmente…basta solo volerlo.
 

COME SCOPRIRE LA TUA CREATIVITA'

In qualsiasi situazione ti stia trovando in questo momento, ti viene offerta la possibilità di scegliere il modo in cui l’affronterai.  Userai la tua creatività o sceglierai la prigione dei tuoi preconcetti ? Dovresti ricordare che non esistono circostanze che non possono trasformarsi in opportunità di arricchimento spirituale. Ogni esperienza è in grado di insegnare qualcosa di utile, ma sei tu che dovrai scegliere se essere passivo e immobile o agire.
Agire nella direzione che ti appartiene. Non è importante il luogo da cui parti, potrebbe essere il tuo posto di lavoro, un letto di ospedale, un piccolo paesino di provincia o una metropoli. In qualsiasi posto potrai essere abbastanza vivo da ricavare qualcosa di utile dall’esperienza che stai vivendo. Allora vivi creativamente !! Vivi ogni tua potenzialità, vivi ogni tua capacità. Sei un uomo, quindi puoi. Per farlo, dovrai uscire dagli schemi rigidamente prefabbricati dal tuo passato. La persona decisa a “farcela” e a non diventare vittima di qualcosa o di qualcuno, o di se stessa, agisce. Agisce traendo da ogni circostanza il corretto insegnamento perché sa che in tali situazioni ci è andata a finire da sola. Vivere con creatività significa essere vivi. Significa guardarsi intorno e chiedersi: “ come potrei ricavarne un’esperienza positiva”? cosa potrei dire, fare, pensare o provare in modo da trarre un insegnamento e da arricchirmi interiormente? Imparerai così ad aggirare le difficoltà…
Il banco di prova che ti permetterà di testare la tua creatività non è rappresentato dalle tue normali attività quotidiane, bensì dalle volte in cui ti troverai ad affrontare qualche difficoltà inaspettata. Spesso è più facile arrendersi, ma la resa è quasi sempre un comportamento autodistruttivo, perché si rimane delusi e amareggiati e si diventa vittime di tale delusione e amarezza. Solo chi rifiuta di accettare passivamente le difficoltà della vita riuscirà a superare meglio i contraccolpi e a ricavare qualcosa di buono in ogni situazione!
Se affronti ogni situazione con atteggiamento costruttivo e creativo potrai impedire al pessimismo di avvolgerti nel suo velo, impedendoti di intravedere i potenziali vantaggi.
Se vuoi migliorare la tua capacità di vivere creativamente, dovrai abbandonare l’atteggiamento inconcludente che ti ha paralizzato in alcune circostanze.
La medicina che ti guarirà si chiama azione. Se ti darai da fare, se supererai l’immobilismo ti si apriranno nuove, stimolanti prospettive. L’antidoto più efficace contro l’angoscia, il timore, il senso di colpa, la depressione e ogni blocco che ti immobilizza è l’azione.
Sii creativo, agisci in accordo con le tue potenzialità. Quello che desideri è il futuro. Quello che ti ostacola è il tuo passato.

“La curiosità non ha età”

 Il desiderio di conoscere, di rendersi conto di qualcosa può considerarsi un aspetto proprio della natura umana; in questo senso si può affermare che l’uomo è curioso. L’espressione più eloquente di tale affermazione è riconoscibile nel bambino, pronto a mettere il naso dovunque proprio per sapere.
Per dare un significato alla curiosità non è sufficiente rifarsi all’istinto naturale dell’uomo, ma occorre anche rifarsi alle regole sociali e ai modelli che definiscono la cultura nella quale gli uomini vivono. In questa prospettiva la curiosità assume due significati: o viene considerata una delle doti caratteristiche di ogni ricercatore scientifico o di ogni artista, oppure viene indicata come modalità di comportamento leggero e pettegolo proprio di alcune persone e non di altre. Il primo significato ha un connotato positivo, mentre il secondo si presenta con uno sfondo negativo, come se la curiosità dell’artista e dello scienziato fossero da apprezzare mentre la curiosità nella vita quotidiana fosse criticabile. In realtà la curiosità istintiva del bambino viene sottoposta ad un processo di legittimazione che produce gli effetti appena descritti. Attraverso il processo di socializzazione viene insegnato al bambino ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, ciò che deve essere conosciuto e ciò che non occorre conoscere. Al termine di tale processo il bambino impara a distinguere i modelli di comportamento legittimi da quelli non legittimati, che egli percepisce come “proibiti”. Associando questi risultati con la curiosità, si capisce facilmente che essa diventa inutile nel primo caso, in quanto si conosce già ciò che si deve sapere, mentre diventa inopportuna nel secondo caso, nel momento che andrebbe a scontrarsi con la soglia del “proibito”. Questo atteggiamento rimane nell’adulto e definisce la modalità di azione della maggioranza delle persone, ad eccezione appunto degli artisti e degli scienziati, i quali rimangono  curiosi per definizione, dove quindi sono riconoscibili giustificati motivi per esserlo. Ci sono molti meccanismi che incoraggiano tale atteggiamento; al primo posto la scuola, ma successivamente tutto quello che esprime il cosiddetto controllo sociale, riconoscibile nei media, nelle dinamiche dei gruppi, nell’azione delle chiese, nelle attività delle associazioni e dei partiti, nell’azione delle istituzioni e così via. Interviene quindi nell’uomo un senso di accettazione di ciò che è legittimato, che progressivamente si sostituisce al desiderio di conoscere e che mette in serio pericolo la curiosità. In cambio ricevo una sicurezza, la sicurezza di non sbagliare, la sicurezza di essere approvato, mentre l’esercizio della curiosità ha in se una dimensione di incertezza, che può portare all’insicurezza, che può provocare esperienze negative, che può indurre all’errore. Su queste basi trova giustificazione e l’ha trovata in passato, la censura, intesa come proibizione di conoscere imposta da un’autorità per il bene sociale o per la difesa e l’affermazione di un certo modello culturale. In condizioni normali quindi per esercitare la curiosità occorre essere un po’ trasgressivi; occorre avere la disponibilità e il coraggio di andare oltre il confine del ‘proibito’, assumendo il rischio di scoprire qualcosa di imprevisto oppure di sbagliare. In questo senso il rapporto che si ha con la curiosità può essere paragonato al rapporto che si ha con il cambiamento in generale. Anche il cambiamento può far paura perché produce situazioni nuove, di cui non si conoscono gli effetti e le conseguenze, tant’è vero che per cambiare occorre sempre anche un po’ rischiare. Ed è proprio su questa base che nasce il detto popolare “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”, tendente a scoraggiare il cambiamento in forza della sicurezza.
Collegando il tema della curiosità con quello dell’età si può facilmente capire la diversa valutazione che viene fatta a seconda che si tratti di un bambino o di un adulto o di un vecchio. Per il bambino la curiosità è una molla per crescere e per accompagnare la crescita con il cambiamento; perciò essere curioso è un aspetto fondamentale che spesso viene associato addirittura all’intelligenza. Per il vecchio, invece, la curiosità non è più riconosciuta come dote importante, perché si ritiene che il vecchio non abbia più nulla da imparare; si vorrebbe che il vecchio si limitasse ad insegnare ciò che ha già conosciuto, lasciando agli altri il compito della scoperta. Si vorrebbe che il vecchio fosse l’espressione dell’esperienza di ciò che è già stato convalidato. Tutto questo spiega, in una visione lineare della vita, nella quale si vuole collocare il cambiamento soltanto nell’età evolutiva. Se si analizza attentamente il processo di invecchiamento, si scopre però che il rapporto con il cambiamento nella vita è continuo e anzi proprio nell’età della vecchiaia il cambiamento diventa più che mai un elemento importante; soltanto che spesso manca l’energia, ma anche la disponibilità mentale per viverlo positivamente e in una prospettiva di crescita. Sembra paradossale affermare per l’anziano una prospettiva di crescita, ma è l’unica modalità che possa garantire un approccio positivo con la vecchiaia. Si tratta naturalmente di una crescita di conoscenza, un desiderio di nuovi interessi ma, in generale, un desiderio di futuro. In questo senso la curiosità fa diventare il vecchio “un po’ bambino” proprio perché gli da la prospettiva della crescita e la voglia di conoscere sempre più. In tale logica anche nella vecchiaia si possono intraprendere ‘strade nuove’, affrontando il rischio dell’errore. Si tratta soltanto di trovare quelle garanzie che permettono di affrontare i rischi con ragionevolezza e con coscienza, utilizzando tutti gli strumenti possibili. Coltivare la curiosità in ogni età diventa allora una condizione essenziale per accompagnare il processo di invecchiamento a condizione che si accetti l’idea che anche da vecchi si possa continuare a crescere nelle conoscenze e negli interessi.  Occorre, in altri termini, mantenere vitale l’attività mentale e cognitiva, perché è questa una delle chiavi principali per vivere i cambiamenti che inevitabilmente si presentano nell’età dell’invecchiamento.



LE OPINIONI

Come abbiamo visto l’uomo, secondo la psicologia sociale, è un cognitive miser, homo non-proprio-sapiens (Quattrone). Quando agisce socialmente non si serve della propria razionalità, ma si affida ad emozioni, sensazioni, impressioni, impulsi che possiamo definire irrazionali.
Questa caratteristica si capisce soprattutto prendendo in considerazione i comportamenti collettivi. L'irrazionalità della folla (e quindi dell’uomo in essa) è una sua caratteristica essenziale: scrive infatti Le Bon che le folle sono:
“incapaci di avere un'opinione qualsiasi al di fuori di quelle suggerite da altri [...] si lasciano sedurre dalle impressioni”.
La folla ha un’anima sua propria: la personalità singola sparisce, le qualità e le caratteristiche personali si perdono, i sentimenti e le idee si polarizzano orientandosi nella stessa direzione. Per capire come “ragiona” l’uomo-massa diventa allora importante studiare, più che il pensiero e la coscienza razionale, quello che accade quando l’individuo è stimolato a rendere pubbliche le proprie idee, a “prendere posizione”. Ecco perché un oggetto di indagine proprio della psicologia sociale è lo studio delle opinioni e degli atteggiamenti.
In generale un’opinione è quello che una persona pensa di una certa cosa, l’insieme di idee che possiede. In psicologia – così come nella tradizione filosofica da Parmenide a Husserl, che distingue doxa da epistéme – opinione e pensiero non sono la stessa cosa. Per pensiero si intende infatti un’attività avente lo scopo di formare concetti, formulare ragionamenti, arrivare a soluzioni di problemi. Per molti aspetti il pensiero coincide con l’intelligenza e con il problem solving. L’opinione invece non ha lo scopo di formare concetti, né di formulare precisi ragionamenti o risolvere problemi, ma si serve di concetti, schemi, categorie già formate. Mentre il pensiero per definizione è un’attività produttiva, le opinioni sono attività riproduttive.
Secondo gli studi di psicologia sociale, possiamo individuare le seguenti caratteristiche delle opinioni.
1. Sono conoscenze circoscritte. Le opinioni nascono sempre su questioni già esistenti, all’interno di un quadro culturale già definito. Questa caratteristica è importante, perché ci permette di capire una cosa: l’opinione nasce a partire da uno stimolo preciso che indirizza il processo mentale proprio in una certa direzione anziché in un’altra.
2. Sono l’aspetto pubblico del proprio pensiero.3. Sono dichiaratamente soggettive, esprimono cioè un punto di vista limitato.
4. Hanno valore di conoscenza.

Le opinioni hanno una funzione di orientamento cognitivo nella vita sociale e sono dunque una componente fondamentale della social cognition. In esse prevale l’aspetto cognitivo, perché sono un modo di presentare le proprie idee e le proprie conoscenze. La società ci richiede di prendere posizione, di esprimere pubblicamente quel che pensiamo, di sostenerlo con ragioni. Anche se spesso “coloriamo” affettivamente-emotivamente le nostre opinioni, resta il fatto che quest’ultimo rimane comunque un aspetto accessorio.